Delle priuate rappacificazioni. Trattato di Rinaldo Corso dottor delle leggi. Con le allegazioni ..

발행: 1698년

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gliasti molio quel, che io cercava di

Offendere : e cotali altri argo menti pli quali sono infiniti; ed occorrendo it caso meglio si comprendo no, Ch Gqui se ne polia dar regola alcuna . 3i Ma parra forse ad astrui , che sicco- me lo aver pariato in collera annulla te parole; cosi l 'aver dato incollera debba an nulla re i Fatii r il che E falsissimo . Pero e da sapere , CheLA COLLERA scus a solo quegli atti , liquali rivocar si positi no col solo pen-

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essendo it dare un'atto, che senZa coI- in; Iera quasi non ii pud fare : onde sa-b rebbe verisimile, che sempre se gli creti desie . Ricerca dunque l' utilita pub- i. blica , che at dare si pro uveda colla

s nendo alta Rimcisone; acciocchὰ glio. Uomini, considerato questo', di ven- , tin pio temperatie o domandando al- , men perdono, come di cola fatia peril ina vvertenZa: poicho si suoi dire, cheu i delitii commessi per collera, sono de-ia gni di minor pena. Il che sta neli'ar- 233,1 hitrio di chi tralia la pace. Ed ὀ geti nerat mente da s. pere, che non ogniti semplice collera balla, per iscusare Pin- 234 a giurie ; ma bisOgna, che sia tale, cheli l' Uomo conduca suor deli' in , telletio . Ε tal collera dif- a 3 si fictimente si pro-

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tollerabile - e se e lectio di-fendersi in alcuu caso S a chi si rimette. CAPITOLO XIII. DUE dubbj restano intorno alla

Rimessione. Fino ove ella si tolleri datrusanga. Ε se pub colui, cher si rimette, giustamente difenderit in alcun caso. L'una delle quali quistio-236 ni dipende dati' altra. E quanto alla prima ci se dissicusta una regola de nostri Dotiori ; la quale Ε, che ogni

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tro ; quanto maggiormente delibo per, me stello poteria obbligare Θ Aggiu-gnendoci, che colui ha sempre Peccato , ii quale si rimotu ; Onde non gli pud venir pena, te non meritata. Dove quando io per un' altro m'ob-bligo, vengo deli 'altrui fallo puniro. E d'astrui colpa astrui blasmo s acquisia .r38 Appretib di questo per esser la Pacee favorevole , e huona scome altroveta dicemino) par, che quello, che peris la Pace non si concede, non douesse 239ii in alcuno altro caso concederii. Conli tutio cili nondimen o la verita d, chei te leggi non vogitono, che sia lectioi ad alcuno, rimettersi net suo Avvers sario. Ε posto pur , che l' usanga it et op Voglia ; colui , nelle mani det quales l'altro si rimette, non ha da eccede

l'ollo. Pub dunque l'ingi uriato laeta ali tempo della Rimessione . dare una a guanciata, O una leggier percossa dis verga ali' ingi uriante. E pud in iona i ma tutio it resto fare ; purche non

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peri colo di morte. E sotio l' IMPIA-2 3 GARE cade ogni percosIa ; alia qualea inguari re sta necetiario il lagito. Que-1ti tre mali ni uno polrebbe a se me- a s de limo lare . Pero non pud ancoradar liberta ad altrui , che gli faccia. 2 6 NE mi muove la ragion posta in contrario, quasi che colla volonta deli Uo

1anZa; laquale, se purici δ, ὀ limitata ; e non convien, che passi ii segno, sicco me diangi ho dimostrato. Ε non

lui proprio s' appartiene dare es istio 248 alia giustigia. Ma se io mi rimetto in te per conto d'ingiuria , tu non sei, ne puoi esser Giudice netia Cau-a 9 sa propria. E se pur set in qualchemodo, tu non dei go vernarii, se non aso come Uomo da bene Che cost s'in.

tende ii Giudice. Ne hai altra autorita,

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rita, se non quella, che ii d6 io ; Iaquale non puo esser maggiore di quella , che ho io stello . E se si guarda assali' animo mio , ii quale vengo alia

Pace, per non istare in contrasto ; tomi comprometto in te, come in Arbitratore, e ti eleggo come Amico, pili tosto, che come Giudice. Doveas aquei, che fa la sicurta, ha manifestamente altro animo - E non di certos' obbliga s come io seret , se questa

opinione folle vera) ma solamente si pone a rischio . La quat differenga quanto importi, Severo Imperatore as 3 ce so dimostra ; ii quale , tutioche non si possa deli'eredita d'alcun vivo patiuiret; nondimeno essendo duechiamati solio qualche condiZione , a dover succedere l' uno ait' altro , giudica , che sia onesto ii patio traloro sopra di tale eredita , mentreche pende la condigione; per rispet-to deli' incertitudine. E cosi l'incerto se valere quel, che essendo certo non varrebbe . Un' altra differenga ancora θ tra lascurta, ela Rimessio-F a ne,

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ne; perchὰ in quella non si tralia divende ita Privata , in questa si . si talVendetia , come odiosa , s'ha da ri-234 strignere. Ed acci occhE io non lascit' ultimo argo mento Contrario, senZaris posta ; ancorche la pace ita buona, non s 'ha perli da fare, nὰ da concedere it male , perclid ne segua ii be-as 3 ne. AnZi, se tu uccidi colui, che in te si rimette, con chi avrai tu pace pCon Uomo, che sia morto p o forse con i suoi p Parti, che addolcirat loro ligusto, se gli uccidi un congi un-to, o domestico loro p Rivoltasi clun-que in contrario tale argomento; eda fin , che la pace segua, si limita lapotesta dei nemico, ne i quale not ciri metti amo. Ne per tulte queste ra-gioni ὀ lecito mai, ch'egli passi itermini. E se gli patIa, nol giusta metate gli resisti amo, e ci dilandiamo da Iut s il quale era it iecondo nostro dub-bio siccome al Giudice resisteremmo, quando ei facessὰ cosa Dor deIas6 l'autorita sua. Ma nasce un 'altro dub-bio ; e pare , che almeno in un caso

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ii nemico nostro abbia potestkdinoi, sino alla morte. E questo O, quandonoi ci fiamo rimessi nelIa volonta sua. Perclid ii nome di voLONΥΑ' ὀ libero , e non moderato . Ε cosi tenne ruerPaolo da Castro . Ma, se ben cib eas 8 vero negli altri contraiti, in questodella Rimessione sta sempre sal do illandamento posto di sopra, ehe queidanni, ch'io non possis fare a me me- desimo, nivn'altro, se bene io ii vo-glio, me gli pub lare. E pertanto io non accello I' opinion di Paolo. Equalunque sen te parole, colle qualinoi ci rimettiamo , tengo indubita- tamente , che ii nemi*o nostro sem- pre debba stare a segno . La quale asyopinione ancora, per esser pio benigna , piu volentieri

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D quai casi ces P Utilita

R AE tempo, ch'io dica, in qua ica si cessi l' utilita Pubblica. La

Privata non cella mai ; perchὰ l' in-giuriato se inpre rimane Con dannore come it muro E soggetto delia blancheZZa, e la ta vola della pittura; co-sὶ l'ingi uriato e soggetto deli 'ingiuria . Questa utilita ad unque cesta indue casi principalmente. Indi in tut-ti gli altri simili. L'un caso P, quando l' ingi uriato ὀ stato provocatore deli' in giuria . Massima mente, se ilprovocato incontanente s' d di feso. 26o 1 'altro, quando i 'omesa E stata fatia dei pari. Qui vi manifesta mente si ve- de , che non solo non ὀ stato colui temerario, ii quale ha o meso; ma temerario ὀ slato colui, ii quale glienelia dato occasione . E contro di tui appun

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giuria folle stara di falli, basia it dit

Parole , ed umiliarii ; moriando ne Pentimento in qua lunque modo. Edabbiamo, quanto at primo calo, quella sentenga di Marco Catone p r noi; 26 ait quale dice va , che aliora noti gliamo domandar perdono, quando,

corsi in errore , o vero tiratici a for-Za , peccato abbi amo. Co Si egii pa- reggiava l' errare inauuedula mente, ted ii peccare per ellerci tirato. Onde , come per P olsese nate da inau-Verten Za, non si viene alta Rimessione sit che di s o pra pisi voltes'ὰ detiato ) cosi non ci s' ha da venire peri' osse se, alle quali s'ὰ stato provocato. Conviensi non dimeno tire quat 263 che segno d' umilia ; conciosita colache egli dice , soler si in lai due calichie der perdono . Aggiungo at fe- condo

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